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L’intervista di Fattitaliani a Yari Gugliucci

25 giugno 2011 –

“Un libro non da leggere ma da comprare”: lo afferma la regista Lina Wertmüller che ha scritto la prefazione di Billy Sacramento (MGC edizioni, pagg. 90, € 9,90), romanzo con cui l’attore Yari Gugliucci esordisce nella narrativa. L’autore definisce il protagonista “un personaggio che nasce da un composè di persone conosciute, incontrate in Italia e all’estero; nasce soprattutto dalla mentalità di giovani che possiamo collocare tra i 20 e 30 anni”. Lo spunto del romanzo è autobiografico come ha più volte spiegato l’attore: ““Dopo essere stato alla Universal Studios di Los Angeles, a festeggiare la mia apparizione nella fortunata serie Desperate Housewives, con la mia auto, la sera e due birre scolate per festeggiare, due pretoriani con la sirena ed un fucile a canna mozza, mi ordinano di scendere. Mi ammanettano, mi sbattono in cella mentre un poliziotto d’ufficio si guarda i miei film sul computer”… L’intervista di Fattitaliani a Yari Gugliucci.

Partendo da un dato autobiografico, come ti sei regolato nel miscelare realtà e fiction?
Io penso che viviamo sempre più nella fiction che nella realtà: infatti, nel libro Billy Sacramento dice che l’unico momento in cui il personaggio ha di piacere e di armonia di quel mondo che lui immagina è proprio quando è ospite della fiction Desperate Housewives dove sono tutti gentili e si comportano bene, fuori invece nella vita reale sembra una fiction. C’è dunque molta confusione tra fiction e realtà.

A te è mai successo di confonderti con un ruolo interpretato?
No, mai, non ne esco mai dal ruolo (ride, ndr) e ci resto dentro: tra un camice di un medico e una divisa da finanziere il passaggio è breve.

Partecipare a un telefilm cult come Desperate Housewives e interagire con le sue attrici che significato ha?
Il mio ruolo è stato molto leggero e ci vado calmo: sono realmente dei professionisti e quando ci si ritrova anche a prendere un caffè con dei professionisti ti senti a casa, ti ascoltano, sono sinceri e questo perciò è stata la mia battuta tra fiction e realtà, perché paradossalmente si è più comodi nell’ambiente di lavoro che per cercare lavoro.

Senza per forza denigrare la fiction italiana, ma in quella americana c’è un’originalità e un dinamismo nella sceneggiatura senza pari…
Non solo: la cosa che mi ha colpito tanto è che appena si cambia una virgola o un aggettivo, subito c’è tanto movimento dietro le quinte, scende il produttore che cerca di parlare con gli sceneggiatori se quel cambiamento possa essere consono con il resto della storia. Questa la dice lunga a volte sul nostro sceneggiatore o noi attori che riusciamo a cambiare qualche minuto prima… c’è molta improvvisazione. Lì invece è un’industria: se sbagli, sbagli nel mondo, milioni di euro…


In Billy Sacramento c’è un’America ben diversa dall’immaginario.

Quale?

Assolutamente: l’immaginario è migliore. Sacramento è il prodotto, il surrogato di una serie di personaggi che soffrono convinti che la strada breve sia la più facile e si ritrovano in questa spirale di solitudine con l’alcol, con l’amicizia fortuita su Facebook, con il sesso “usato come analgesico”, come dice lui stesso: tutte cose che servono a lenire quelle ferite interiori che non si sa da dove provengono, forse dal passaggio veloce e breve. Sicuramente c’è un’America che non è tutto oro, anzi non c’è manco il luccichio: è bella, però è costruita per far soldi. Poi, quel 2-3% che si trova di cose che interessano sono quelle che bisogna perseguire.

Rispetto all’emigrazione di altri tempi che cosa cambia?
Io dico che Billy Sacramento è un emigrante moderno: mentre i suoi padri partivano con la valigia di cartone, lui parte con l’iphone, non va a casa di parenti ma di personaggi trovati su Facebook… E non cambia nulla: alla fine, si va alla ricerca delle cose che già conosciamo e che anche Italo Calvino ne Le città invisibili dice riguardo a un inferno che cerchiamo noi, mentre il paradiso è a portata di mano, ovvero nelle piccole cose.

Qualche progetto in cantiere per l’Italia c’è?
Siamo in attesa della serie molto divertente e ben riuscita con il mio amico Lello Arena e con l’ultima apparizione di Pietro Taricone cioè La famiglia Gambardella slittata a settembre-ottobre: attendo con ansia l’uscita. Io sono uno dei sette protagonisti di una serie intrecciata: nella prima parte sono uno scagnozzo che deve far fuori il buono, poi si converte e diventa attore di teatro nel carcere. Ce n’è per tutti i gusti. Giovanni Zambito.

PRESTO ONLINE L’INTERVISTA A DAVID WARREN, REGISTA DI “DESPERATE HOUSEWIVES”